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Un Natale speciale/2 >> Missionari in Turchia   versione testuale

Testimonianza silenziosa per costruire la pace


Don Giuliano Lonati, prete ‘fidei donum’ della diocesi di Milano da tre anni è in Turchia. Il suo compito oggi non è semplice, in una terra che pure fu alle origini del cristianesimo. Nel suo Natale, la memoria di don Andrea Santoro e del vescovo Luigi Padovese. Ma anche la vicinanza di tutti gli offerenti italiani. 
 
A Natale saranno quasi tre anni che è in Turchia. Arrivò 24 mesi dopo l’uccisione di don Andrea Santoro e fu accolto da monsignor Luigi Padovese, presidente della Conferenza episcopale turca, a sua volta assassinato lo scorso 3 giugno 2010. Don Giuliano Lonati, 68 anni, ordinato nel 1976 nella diocesi diMilano, sapeva che la sua attività missionaria in Turchia non sarebbe stata facile.Ma si è trovato addirittura ad attraversare uno dei passaggi più drammatici nella vita della comunità cattolica nella regione. E a vivere a Samsun, città portuale di un milione di abitanti, affacciata sul Mar Nero, culla del nazionalismo turco.
 
Non è un sacerdote di poca esperienza. Alle sue spalle tre anni di missione in Eritrea durante la guerra civile, ed otto nelle Ande peruviane. «Ma la Turchia è il coronamento di un sogno» spiega lui «perché qui posso misurarmi a tu per tu con la complessità della testimonianza del Vangelo in terra di islam». Il confronto con la religione musulmana, «in posizione non di confessione ospitata ma maggioritaria è ben diverso, ed è urgente impostare nel mondo giusto il dialogo interreligioso. Qui non esiste reciprocità, ma dobbiamo almeno puntare al diritto alla libertà religiosa, che è propria della dignità dell’uomo» chiarisce. Oggi la Turchia, da repubblica laica «vede crescere il ruolo dell’islam» spiega don Lonati. «Vivo in mezzo alla gente, ma celebro in una chiesa vuota, quella della Mater Dolorosa, sopravvissuta di altre otto che esistevano a Samsun, delle quali custodisco alcune pietre accanto all’altare. Entrano giusto rari visitatori. E condivido naturalmente i timori di tutti i cattolici per la situazione tutt’altro che tranquilla che viviamo qui». In strada, davanti alla parrocchia, tre poliziotti sono di guardia 24 ore su 24.
 
I fedeli che partecipano alla messa sono due, per Natale è possibile che il numero aumenti.Ma il momento è critico e in Turchia è consolidato il fenomeno dei cosiddetti cripto-cristiani (dunque non solo cattolici, oggi circa 25 mila), che conservano la fede in incognito. Mancano stime certe, ma potrebbero essere oltre 1,2 milioni. «Vivo la mia settimana ripercorrendo sempre la Settimana Santa» confida don Giuliano. Ha contatti con la parrocchia di Trabzon che fu di don Santoro, distante 350 chilometri: «È possibile che vada a trascorrere il Natale da loro. Qui come sacerdoti siamo consapevoli del sostegno della Cei, e sapere che c’è una schiera di cristiani che donano l’offerta per il sostentamento e pregano per noi, è grande fonte di conforto, in comunione con la Chiesa italiana nel mondo».
 
Oggi in Turchia negli edifici di culto cristiani si può celebrare, ma non sono possibili attività all’esterno. Qualcosa è cambiato nel 2010 per i fedeli ortodossi e armeni, con liturgie pubbliche, autorizzate per la prima volta da Ankara. Le aspirazioni turche all’ingresso nell’Unione europea, che tra i criteri di adesione ha richiesto anche libertà di culto e tutela delle minoranze, rendono i due eventi nei monasteri di Aktamar e Sumela politicamente significativi. “Ma nella pluralità della presenza cristiana in Turchia, noi latini, cioè cattolici romani, abbiamo uno stile di presenza più attivo nel welfare, dalle scuole agli ospedali, un tempo numerosima poi chiusi in gran parte” commenta don Lonati. Il vescovo Padovese lo ha ringraziato fino all’ultimo «per non fare niente, cioè per la riservatezza, anche se non rientra nella natura del fidei donum» ricorda don Giuliano. «Pensava anche di inviare qui alcune suore di clausura, come segno di una presenza possibile in una realtà così complessa ». Don Lonati fu l’ultimo a salutare il vescovo, poche ore prima del delitto. “Confido nella ricerca della verità” aggiunge. Il bilancio del parroco di Samsun è un atto di affidamento: «Mi spaventai tre anni fa, appena arrivato, celebrando la domenica delle Palme, solo col mio ramoscello d’ulivo – spiega –Ma monsignor Padovesemi ha fatto scoprire la preghiera di intercessione. Quando non possiamo parlare di Dio agli uomini, nulla ci può impedire di parlare degli uomini a Dio».
 
 
di Laura Delsere
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